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Recensione del romanzo “Clinamen” di Sara Gavioli.

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Editore: Ikigai

Genere: Narrativa

Data di pubblicazione: 1 settembre 2020

250 pagine

Digitale: 2,99 €

Copertina flessibile: 7,63 €

Copertina rigida: 15,00 €

“Accendo il portatile. Inizio a impegnarmi, in silenzio, mentre il mondo continua a non saperlo. Un giorno, mi dico, vedranno. Un giorno vincerò io.”

Mi piacciono le cose particolari, quelle che chiameremmo “chicche”. Ma a chi non piacciono, dopo tutto? “Clinamen” di Sara Gavioli è proprio questo: un gioiellino che merita di essere scoperto. Uno dei motivi che lo rendono unico è il coraggio con cui è stato scritto. Sperimentare forme particolari, come quella del mosaic novel, può sembrare un azzardo agli occhi dell’editoria contemporanea. Eppure, è possibile proporre storie dall’assetto inusuale, senza per questo disorientare il lettore.

“Clinamen” è composto infatti da una serie di tasselli, come anche l’autrice ama sottolineare, intitolando ogni singolo capitolo “frammento”. Ogni frammento è rappresentato da una brevissima storia di per sé autoconclusiva, ma ciascuna parte, nell’insieme, ci mostra l’arazzo di una vicenda umana più estesa.

E’ il percorso di una ragazza originaria di Siracusa che cerca di farsi strada nel mondo e nella vita, esplorando le opportunità offerte dalla città di Milano. Il capoluogo lombardo rappresenta da sempre un mondo a parte, così abituato ai suoi ritmi e al suo stile di vita sui generis che probabilmente non ha eguali neppure all’interno di altre realtà europee.

Milano resta unica, nel bene e nel male, e lo stacco si sente forte e chiaro nel momento in cui la protagonista abbandona il calore (sia umano, sia legato al clima) del sud, per interfacciarsi con l’umanità che popola la città.

La vicenda della ragazza è fatta di incontri coloriti da un’umanità variegata. Sembra che l’autrice voglia tratteggiare gli elementi di un mondo problematico che, nella migliore delle ipotesi risulta freddo e indifferente, talvolta del tutto privo di empatia: nulla da opinare, il cieco individualismo e l’indifferenza non sono di certo rari. C’è però anche spazio per gli incontri con persone chiaramente affette da patologie mentali che, in un contesto come quello descritto sopra, sembrano quasi un dono fugace.

Così, la protagonista tenta di barcamenarsi, cercando la sua occasione e portando avanti con coraggio il progetto di un lavoro entusiasmante ma precario che, purtroppo, non tutti riescono a capire, i familiari in primis. E’ l’atteggiamento tipico delle vecchie generazioni (qui tratteggiate alla perfezione) che non concepiscono un’attività lavorativa diversa dal classico “posto fisso”. Eppure, la protagonista (così come l’autrice) sembra avere tutte le carte in regola per operare con coraggio e determinazione.

La scelta della struttura dell’opera è perfetta ed elegante. Mi ricorda molto la voglia di sperimentare delle avanguardie, senza tuttavia, diventare mai qualcosa di troppo ostico o fine a se stesso. Sul piano stilistico, potrei dire che per certi versi, rappresenta un vero e proprio manuale di scrittura. A tutti gli aspiranti scrittori che non avessero ancora capito cosa significhi show don’t tell consiglio la lettura di questo lavoro. L’autrice non dice nulla, eppure mostra tutto, utilizzando parole giuste e focalizzandosi solo sullo stretto indispensabile alla narrazione degli spazi emotivi dei personaggi.

Dai singoli gesti e dalle azioni degli individui, assorbiamo le emozioni di cui sono sature le scene. La scelta stessa della narrazione al tempo presente, dona al contesto una vena cronachistica e asciutta che rende l’esperienza decisamente immersiva: so di essere molto suscettibile ma con “Clinamen” ho provato angoscia, speranza, aspettativa, attesa; con “Clinamen” ero lì. E potreste esserlo anche voi.

Lasciatevi soltanto prendere dall’aggregarsi e dal disgregarsi della miriade di particelle che costituiscono l’essere, andando a costruire quella mutevole narrazione che chiamiamo “vita”.

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Un commento

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