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Intervista a Elisa Averna (parte 2 di 4)

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Il genere che ami di più leggere.

La narrativa non di genere è quella che leggo più frequentemente. Almeno i fatto di lettura sono onnivora! Mi sono formata con la letteratura italiana, inglese, francese e russa. Non leggo romance classici. In realtà non li ritengo neanche un genere narrativo, ma telenovela in formato libro.  Sarei però potenzialmente disposta a leggere dark romance (che almeno hanno il merito di non sovrabbondare di melassa e hanno un vocabolario più esteso), i romance storici e i romance ironici. Non sono un’amante neppure del genere ChickLit. Inoltre per leggere un fantasy deve avere la certezza che sia estremamente creativo (per esempio un fantasy ambientato nella preistoria, come ha fatto Lisa Bilotti, è già over the top). Lo capisco ovviamente dalla quarta di copertina. Ultimamente mi sono lasciata conquistare da una fantasy ironico: “L’inferno è femmina” di Arianna Petracin. Devo ammettere che tutti i fantasy proposti dalla Dark Abyss Edizioni mi incuriosiscono, nessuno escluso. Forse perché la loro peculiarità è di essere fuori dagli schemi. Le storie alla Harry Potter non mi appagano, forse perché ho avuto modo di approfondire lo studio delle le meravigliose leggende celtiche e non mi lascio impressionare. Non leggo fantasy con il solito zuppone di incantesimi e combattimenti tra popoli, li trovo noiosi e senza nerbo.

Il genere che ami di più scrivere.

Credo che un autore, soprattutto agli inizi, debba dimostrare una certa versatilità, un po’ come i ballerini, per poi specializzarsi. Ecco, io mi sono specializzata in “drammoni”, anche d’ambientazione storica. Come ormai ho confessato più volte, non sono un’autrice da lieto fine, anche se lascio sempre una porta aperta alla speranza per i più deboli di cuore. Mi piace depistare il lettore e servirgli un piatto freddo alla fine.

Il genere che non leggerai mai. A me per esempio il romance fa venire gli incubi (e pensa che dovrebbe essere una prerogativa dell’horror, in realtà).

Ah ah ah! A chi lo dici! Ops. Ti ho risposto sopra .) Siamo in due quindi!  Non leggo poesia contemporanea dal linguaggio aulico, termini arcaci, parole tronche. Purtroppo mi mette in forte imbarazzo. Posso apprezzarne i contenuti, ma lo stile anacronistico mi fa “ridere”. Non ne capisco proprio il senso. Se Caravaggio è già esistito, che senso ha fare delle brutte (o anche delle belle) copie moderne in un’epoca in cui Fontana ha tagliato le tele? Purtroppo sono molto severa nel valutare le poesie. Non fatemele leggere! Preferirei morire che mortificare qualcuno, davvero. Inizio a stare male quando mi chiedono un’opinione.  Cerco di essere sincera con molto tatto, ma cado in crisi. Mi ricordo come un incubo le poesie di un’autrice pugliese che lesse le sue “creazioni in versi” in occasione della presentazione della sua raccolta.  Volevo davvero morire e questo anche al di là dell’interpretazione tragica. Credo che oggi in pochissimi sappiano scrivere poesia. Dopo Ungaretti, per esempio, mi aspetto uno stile rivoluzionario o una sensibilità alla Alda Merini. Ho letto poesie meravigliose, purtroppo in più di un caso non pubblicate per mancata voglia di esporsi da parte dell’autrore o perché così umile dal non vedere la propria grandezza.

Due parole sulla Dark Abyss Edizioni. Te lo chiedo perché io li amo! E li amerei anche se non fossi uno dei suoi futuri autori…

Della Dark Abyss Edizioni posso spendere solo parole di massima ammirazione. Per quanto mi riguarda sono un fiore all’occhiello delle c.e. No Eap, un esempio da seguire, ma non certo da imitare, perché l’originale è pur sempre l’originale, come in tutte le cose. Esistono ottimi editori, ma raggiungere l’eccellenza non è da tutti.  Per stendere i 15 punti di cui sopra, per la massima parte mi sono ispirata a loro. Hanno tutti i requisiti che un microeditore dovrebbe avere.

Il ruolo dei social nella promozione dei libri. Sei sempre attivissima con video promo e iniziative di vario tipo. Oggi come oggi l’immagine conta molto, anche per chi, in realtà, dovrebbe puntare sulla parola scritta. Cosa pensi di questo?

Caro Marco, tocchi un tema sensibile. Ti confesso una cosa, che forse non piacerà, ma è quello che penso. Personalmente posso anche fare a meno di conoscere un autore di un libro, perché il più delle volte rimango delusa. Voglio valutare l’opera e non la persona, che potrebbe anche risultarmi poco gradevole. Inoltre, se sentissi parlare un autore in un italiano approssimativo, l’ultima cosa che farei è andare a leggere un suo libro. Preferisco prima leggere il libro e poi, eventualmente, approfondire la conoscenza dell’autore. Detto ciò, oggi più che mai questo criterio è inapplicabile se parliamo di autori della microeditoria e piccolo-media, quale io sono. Quindi ho dovuto prendere atto che è indispensabile apparire. Se non appari non vendi. Punto. Non apparire significherebbe non vivere ancorati alla realtà, non essere al passo con i tempi. L’idea romantica dell’autore che vive isolato sul cucuzzolo della montagna è finita. L’autore deve essere il primo promotore della sua opera. Il processo quindi è inverso: prima si conosce l’autore e dopo la sua produzione.  È una cosa che ho fatto molto fatica ad accettare e ancora adesso ci sto lavorando su. Mi chiedevo: “Perché le persone devono sapere chi sono e che cosa faccio?” Che giudicassero i miei libri e non me! Ok, ma i libri come si vendono se sei sconosciuto? I lettori come fanno a sapere che esiste un libro scritto da un perfetto signor X? Quindi non è un’opzione possibile quella di pubblicare rimanendo nascosti. Posso solo sperare che le persone si ”affezionino” a me e che quindi possano desiderare di leggere qualcosa partorito dalla mia mente. Ovvio, Umberto Eco non aveva bisogno di promuovere i propri libri sui social, come non ne ha bisogno Baricco. Ma noi autori della microeditoria non abbiamo scelta. È nostro precipuo dovere promuovere i nostri libri, visto che i nostri editori investono su di noi con immani sforzi.

Facebook è da vecchi, dicono. Instagram è per quelli un po’ più giovani (sì, fino a Instagram ci posso arrivare). Tik Tok è per i giovanissimi, ecco perché forse non riesco a interiorizzarne il senso e le dinamiche. In una parola, non ne percepisco la “bellezza”, ammesso che ne abbia una. Date queste premesse da millennial (sono un ’83), ti chiedo qual è la cosa che ti dà più fastidio dell’universo social.

Gli heaters, i cosiddetti “leoni da tastiera” che sparano a zero su tutti protetti dall’anonimato. Tuttavia non aborro i social, tutt’altro. Con il mio mezzo secolo di esperienza, posso dirti che stare a passo con i tempi è un lifting psicologico necessario. Come si dice, non è il mezzo in sé cattivo, ma l’uso che se ne fa. All’inizio anch’io pensavo che TiK TOK fosse utilizzato da una pletora di ragazzetti senza arte né parte, ma mi sono dovuta ricredere. Certo, i profili idioti non mancano, e spesso non sono neanche dei ragazzi ma degli adulti, ma sarebbe profondamente ingiusto dire che esistono solo quelli. Come nel mondo reale si trova di tutto, anche in quello virtuale. Ci sono professionisti che danno consigli più che utili. Io ho imparato tantissime cose grazie a loro, cosigli utili, dagli esercizi ginnici allo  yoga facciale, ai trucchi per la casa ai segreti della finanza. E il mondo “librofilo” è  molto attivo. Ho conosciuto recensionisti e autori davvero in gamba. Bisogna saper scegliere e per poter scegliere bisogna prima conoscere.

La cosa che invece ami di più.

La solidarietà tra persone che hanno un obiettivo comune o una sensibilità affine. Far circolare per esempio petizioni o iniziative volte a informare. Adoro i gruppi di lettura e tantissime altre cose, non per ultimo i video comici, perché due risate, per alzare le sorti di una giornata magari no, servono sempre.

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